martedì 6 febbraio 2018

Compare Pericle.. ( di Natalino Russo)


In questi giorni è venuto a mancare Natalino Russo di Seminara, ho avuto modo di leggere qualche suo post e tra quelli da lui pubblicati c'è un racconto che voglio riproporre in suo ricordo. 


Non eravamo politici, magistrati, forze di polizia e nemmeno giornalisti e quindi la nostra azione di "Antimafia" (o anti-ndrangheta) potevamo esercitarla solo in satira, parodiando cioè il gergo usato dai malandrini, al fine di renderlo grottesco e coprirlo di ridicolo, la qual cosa a volte è più efficace della sterile repressione, o dell'inesistente prevenzione. E, così, accadeva che noi parlassimo come i membri dell'Onorata Società, anzi cosiddetta, giacché tutto era tranne che onorata e più che una società faceva (e fa) pensare a un branco. Alcuni di noi studenti, pertanto, presero l'abitudine di mettere alla berlina questo modo di parlare, parodiandolo in modo grottesco, ridicolizzandolo e gonfiandolo a dismisura.
Uno dei campioni, diciamo un Bartali, di questo tipo di parodia ero io. Il "Campionissimo", il Coppi, però, era un mio compagno di classe, un certo Scutellà, originario di un paesino (a memoria mi pare fosse Scido) situato ai piedi dell'Aspromonte, mentre Seminara si trova un po' più in basso, in collina, ma non molto distante dal mare. Esemplifico: mentre una persona normale si esprime così:
“Ciao come stai, a casa tutti bene?" e un'altra risponde:
"Sto bene grazie e lo stesso a casa, e tu?"; nel gergo di cui sopra questo breve scambio di battute si dilata e diventa:
"Carissimo compare, mi onoro e mi pregio di chiedere alla Vostra riverita persona notizie a riguardo di quel supremo bene che è la salute vostra e della vostra pregiatissima famiglia, restando la mia persona personalmente, per quanto poco valgo e poco posso, e per qualunque cosa vi occorre a vostra completa disposizione"
E l'altro replicava :
"L'onore è tutto mio,il sottoscritto,la famiglia e la "locale"(sarebbe il controllo territoriale delle attività della congrega malavitosa) non hanno di che lamentarsi e stessa cosa spero di voi e delle vostre, e ricambiando le belle parole delle quali mi avete voluto onorare, mi dichiaro servo vostro, e per qualsiasi cosa disponete altrettanto di me".
Il tutto, ovviamente in "dialetto" (Per farvi meglio un'idea pensate a Catarella di Montalbano nda).
Altra indispensabile premessa: Scutellà era la classica maschera da teatro comico, basso, fisico tozzo, viso rotondo, sul quale i peli rispuntavano ad un'ora dalla rasatura, capelli tagliati a spazzola, anzi come si diceva a "spingulettuni" ed occhiali neri, rotondi come il suo viso, con le lenti spesse come fondi di damigiana. Il suo modo di parlare, inoltre era già pomposo di suo, barocco pieno di parole tra il comico ed il surreale, se non proprio assurdo, anche nei discorsi di tutti i giorni. Figurarsi quando ci aggiungeva la parodia. Era uno di quei tipi che suscitano il riso anche quando pronunciano un'orazione funebre.
Fine delle premesse, entriamo nel vivo.
Dove: Liceo classico Nicola Pizi Palmi,
Quando: maggio 1967. Eravamo alle prese con una versione dal greco, decisiva per le sorti scolastiche di quasi tutta la classe. Mentre ero, dunque, intento a districarmi tra le insidie di quella lingua bella e impossibile, venni colpito alla nuca da un proiettile, di carta per fortuna, che poi terminò la sua corsa tra collo e camicia. Recuperarlo non fu semplice, dopodiché lo srotolai e lessi :
"Carissimo compare, nonché magnificente amico, mai vita di un uomo dipese da altro uomo, come la mia oggi da voi e dalla vostra celeberrima generosità. Nelle vostre sante mani è riposto il mio destino. Gli strali del mio severo genitore e le lamentazioni della querula mammetta mi attendono insieme ad un'estate che vedrà il mio corpo riverso sui libri e la mia mente persa a sognare il mare. Ma confido nella vostra bontà e solidarietà di cui infinite volte mi avete dato prova. Aiutatemi, il foglio che mi sta davanti è ancora bianco, come neve eterna di una montagna inviolata. Ed eterna sarà la mia gratitudine se mi aiuterete a scriverci sopra la traduzione di codesta maledettissima versione. Confido in voi e per qualunque cosa mi metto al Vostro servizio. Disponete di me. Resto in trepidante attesa. Ci sarà tempo, luogo e modo per sdebitarmi. E ritenendomi di già vostro debitore mi firmo: Vostro Compare Scutellà.
Naturalmente sarebbe stato sufficiente un laconico:"Passami la versione". Ma quella parodia era ormai un tormentone acquisito e poi, il furbastro, scrivendo quel biglietto aveva fatto credere alla Professoressa l'impressione di che stesse traducendo la versione. Seguirono momenti di tensione. La Professoressa, si chiamava Genovesi ed era di Reggio Calabria, infatti vigilava. Con molta circospezione e con la massima fretta scrissi sul retro del suo biglietto la traduzione della versione. Ci aggiunsi i soliti saluti "in gergo" e feci segno a Scutellà che col pacco era pronto, il problema diventava quello di recapitarlo. Gli mimai un treno,una nave, un aereo un'automobile ed un asino facendogli capire che stava a lui scegliere il mezzo di trasporto più idoneo. Lui a sua volta facendomi sbellicare dal ridere ri-mimò quei mezzi di trasporto scuotendo, stavo per dire scutellando, il capoccione dopo ognuno di essi, in segno di un no. Poi si toccò il petto e fece l'occhiolino come per dire "Ma vidu jeu" in milanese "Ghe pensi mi" in italiano "Provvedo io".
La Professoressa notò la parte finale di quello scambio di smorfie e ci richiamò:
"Cari muti di Sorrento è ora di finirla, sembrate due scemi". In quell'aula immersa in un silenzio irreale e carica di tensione risuonò stentorea, dopo pochi secondi la voce di Scutellà:"Grazie,anche a nome di mio compare, per aver detto sembrate e non siete. Già che ci siamo posso aver da Ella, gentile Professoressa, il permesso, indifferibile e meno che mai delegabile, di recarmi alla toilette ?".
"Dove, magari c'è pronto ad attenderti un foglio con la traduzione vero?". Disse la professoressa.
"Ella mi offende grandemente, non fossi, come grazie a Dio sono, il ragazzo dabbene che sono…”
"Pe quantu si 'ndranghitista ti cumpundi" gli gridò un compagno, beccandosi una rispostaccia per lesa maestà:"Puru i pulici hannu a tussi, taci villico, troglodita, vermiciattolo, e scusami se ti vanto, che non sei altro, poca confidenza” lo fulminò Scutellà, che rivolgendosi nuovamente alla Signorina Genovesi, che lo invitava a moderare i termini riprese:
"Ha ragione non dovevo scusarmi.. dicevo che, appunto, educazione e rispetto mi impediscono di profferire parole tanto scortesi riguardo alla sua persona".
"O è la paura di essere bocciato? Intanto quelle parole promettendo di non dirmele, me le hai dette, comunque per tagliare la testa al toro, il permesso è accordato".
Scutellà, commentando "povero toro", partì in missione. Tre minuti ed era di ritorno; passò, inchinandosi, davanti alla cattedra. Per giungere al suo banco, doveva passare davanti al mio, quando fu a due metri da me aprì la giacca, prima tutta abbottonata, e sotto apparve la bocca spalancata di un borsello che aveva cinto alla vita. Piegando l'indice nel gesto mi fece capire di dare il biglietto in pasto al borsello che aveva fame.
Io, coperto alla vista della professoressa dal suo voluminoso corpo, vi lanciai dentro il foglietto appallottolato con la versione tradotta:
"Bravo -disse- bel tiro libero, a buon rendere".
"Prego, mio dovere e privilegio - dissi io.
"Cosa succede?" gridò l'insegnante rivolta a noi.
"Niente, Signorina parlavamo di basket, volgarmente detta pallacanestro" si giustificò pronto Scutellà.
All'uscita di scuola confrontammo gli "elaborati", come li chiamava  l'insegnante, con quelli dei più bravi della classe, Lillo Scionti e Giancarlo Della Mura, e avendo verificato che non se ne discostavano di molto, ci sentimmo tutti la promozione in tasca.
Scutellà per primo, che prese a cantare, anticipando il Piero Focaccia di qualche anno dopo: "Per quest'anno si può andare, ci vediamo tutti al mare, tutti a mollo o sul pattino, ringraziando Natalino", e quindi stampando baci sulle guance (precursore di Totò Cuffaro detto “Vasa Vasa”, al quale, ripensandoci un po' somigliava) e profondendosi in abbracci e pacche sulle spalle, a tutti, e a me, "il suo salvatore", più degli altri. Otto giorni dopo, tanto durò la camera di consiglio, la professoressa giunse in classe col borsone: significava che la sentenza era pronta. Ottenuto con non poca fatica il silenzio diede inizio al rito, che ormai conoscevamo bene. Prima lesse a voce alta i voti ottenuti da ciascuno, dopo, come d'abitudine, avrebbe letto il migliore ed il peggiore degli "elaborati" a mo' di esempi da emulare, o di errori da evitare. I due fuoriclasse, intesi nel senso di campioni scolastici, perché in senso letterale i più fuoriclasse di tutti eravamo proprio io e Scutellà, che spesso dalla classe venivamo buttati fuori, ebbero entrambi un nove tondo tondo. A seguire ci furono voti tra il sette e il cinque, e un paio di due (a compagni che avevano consegnato il foglio in bianco).
Io ebbi sei e mezzo. Quando, dopo qualche istante la professoressa fece seguire, al nome Scutellà, il numero "quattro seguito da meno meno " la scala Richter e la scala Mercalli si fusero per registrare un terremoto al quindicesimo grado. Contestazioni, proteste, urla, insulti, epiteti come "spia“e "traditore" riempirono l'aula. Sembravano le urla di una folla
e, invece, a gridare era solo uno, lui: Scutellà, pazzo e paonazzo, al limite del collasso e il destinatario di tutti quei "complimenti" ero io.
L'insegnante ci mise poco a dedurre che qualcuno aveva copiato da qualcun altro.
E che questi due fossero Scutellà e il sottoscritto, lo ebbe per certo, quando il mio "compare", dopo essersi fatto ripetere il suo voto, quattro meno-meno, volle che venisse ripetuto anche quello assegnato a me e cioè sei e mezzo, urlò passando dal gergo della "ndrangheta" calabrese a quello della mafia di Sicilia :
 "Meschina e intollerabile disparità di giudizio ci fu, bedda matri ".
Io mi arrabbiai molto con Scutellà, che, così facendo mi tradiva, e lui con me perché, a sua volta si sentiva tradito. La professoressa volle dargli soddisfazione e, riportata con molta difficoltà la calma nella classe, comunicò che avrebbe letto non più le versioni prima ed ultima in classifica, ma quelle incriminate di "Russo massimo il traditore" e Scutellà Minimo il tradito" cosi ci appellò, parafrasando il famoso Fabio Massimo il Temporeggiatore.
Ripescò dalla mazzetta i corpi del reato, si schiarì la voce e cominciò a declamare, con voce stentorea, la mia traduzione, che parola più parola meno, suonava cosi:
"Pericle non tralasciava occasione per ripetere agli Ateniesi come la democrazia, cioè il governo del popolo, fosse la soluzione politica ideale da preferirsi senza alcun dubbio all'Oligarchia, il governo di pochi, ed alla monarchia, il governo di uno solo, e massimamente al più perverso e dannoso dei sistemi politici, la dittatura, fonte infinita di ingiustizie, miseria, violenze e guerre. La storia dei popoli era la più valida dimostrazione della giustezza di quanto andava affermando. Solo la democrazia, con il suo complesso di leggi, diritti e doveri, porta alla pace, alla giustizia, al benessere, nella libertà. Questo non avviene con le altre forme di governo non legittimate dalla volontà del popolo. Vigila, dunque popolo. A te e a nessun altro appartiene la sovranità. Dimostra saggezza e perseveranza nella giustizia.......". L'Insegnante si fermò per prendere fiato e , dopo qualche attimo, cominciò a leggere la versione di Scutellà, la quale pur se con termini diversi , avendo io usato io dei sinonimi perché non sembrasse copiata, ricalcava quella mia. Scutellà, rinvigorito da questo, si alzò, fece qualche passo verso la cattedra e le disse:
"Mi permetto di farle notare, gentile Signorina, la stupefacente attualità di questo discorso, e modestamente la mia impeccabile traduzione del pensiero di Pericle, che si complimenterebbe con me, se fosse oggi qui con noi e come avrà potuto notare non si ravvede nelle due versioni una differenza tale da determinare oltre due punti e mezzo di differenza nel giudizio, ora spero si ravveda Lei e mi dia il dovuto". Era tornato lo Scutellà di sempre, calmo, ironico e fantasioso. Un vero istrione. Ma fu la quiete che precede la tempesta, o, come diciamo a Seminara " a megghiuria prima da morti".
Da stentorea infatti la voce della Professoressa divenne tuonante e i suoi occhi lampeggianti. "Calma, non è un'interrogazione orale e non siamo in Parlamento. Quanto all'impeccabilità della traduzione e ai complimenti che Pericle potrebbe farti, ne converrei e mi ravvederei se tu ti fossi fermato qui, caro Scutellà, ma ora dovresti usare la tua magniloquenza per spiegare a me e alla classe, quando mai Pericle disse le parole che tu gli hai messo in bocca, trasferendoli poi nel tuo compito e che vado a leggere, se avrai la compiacenza di tornare al tuo posto, di sederti e di tenere chiusa quella tua velenosa eimprudente boccuccia".
Scutellà obbedì e lei riprese a leggere le parole scritte da Scutellà sul finire della traduzione:
"Non esisterebbe quel bene supremo che si chiama amicizia, senza la disponibilità ad aiutarsi, soprattutto nel momento del bisogno e del pericolo, l'uno con l'altro, anche correndo gravi rischi, voi avete confidato in me ed io mi sento onorato di servirvi. Gli uomini sono uomini o sono niente e niente, se non la vostra benevolenza, mi dovete per quello che considero un mio dovere fare per voi. Alla nostra cara ed imperitura amicizia".
Io compresi cos'era accaduto fin dalla prima parola "messa in bocca" a Pericle. Scutellà, stravolto, sudato, paonazzo, col dito indice tra le labbra come l'omino di "Lascia o raddoppia", solo dopo l'ultima. I compagni e la professoressa solamente quando, indeciso se infuriarmi o scoppiare a ridere, gridai verso il mio simpatico comparuccio:
" Stupido, quelli erano i miei saluti, non parole di Pericle, mi sono giocato le vacanze anche io per la tua maccarronaggine ".
 "La prossima volta, coso fetusillico, ci metti un punto grosso come una casa e vai a capo, susino dei calosci"- grugnì lui che aveva riperso il"sense of humour”.
Io gridai davvero fuori dalla grazia di Dio:
"Non ci sarà una prossima, scimpanzé col tam-tam! Vai a far del bene".
Il bene, dopo che si spensero le risate di tutta la classe, insegnante in testa, ce lo fece quest'ultima, che tolse di bocca a Pericle e dall'elaborato di Scutellà le frasi "incriminate" e assegnò a entrambi un 6, sufficiente per la promozione.
"Per una volta, disse derogo da quello che sarebbe il mio dovere, cioè punirvi con un bel 2, onde evitare che Pericle entri da quella porta e vi prenda a pedate nel sedere e anche perché mai ho riso tanto in vita mia. Faccio come quel tale che non punì il famoso Chichibìo, perché, con la risposta sulla gru, l'aveva fatto morire dal ridere. Dovete però giurarmi che quanto avvenuto rimarrà un segreto della nostra classe e che non si ripeterà in futuro".
Giurammo. E riportammo alla superficie dei nostri volti quelle risate che avevamo messo a covare sotto la cenere. Quanto ridemmo! Prima di lasciare la classe, quando era già sulla porta la Signorina Genovesi si voltò e disse:
"Comparucci, un consiglio per ora e per il futuro: parlate come mangiate".
Scutellà volle l'ultima battuta:
" Non mi preoccupava tanto il quattro Signorina ma il meno-meno, che sarebbe stato per mio padre l'indicativo presente del verbo menare, io il complemento oggetto e un nerbo di bue il complemento di mezzo. Grazie, quindi, anche a nome della mia schiena".
Dal giorno appresso, e fino al termine del corso di studi, io e Scutellà, incontrandoci o conversando, ci limitammo a dei semplici "ciao", senza aggiungere, a scanso di equivoci, nemmeno il classico: " Come va?".
Il linguaggio dei boss lo lasciammo ai boss. Quello barocco, tipico di chi parla molto per non dire nulla, lo lasciammo ai politici. Tutti comunque, da quel momento, incrociando Scutellà, non riuscivano a non dirgli: " Pericle si complimenta con te e ti manda i suoi saluti".
E la sua replica era sempre la stessa:
" Non conosco codesto infame, mai visto o sentito nominare!
Grande Scutellà. Grandissimo!
Il mio Capo della DIA ad honorem. Non per nulla, da allora in poi, la "Ndrangheta" senza più la nostra satira a frenarla, emerse in tutto il suo potere.

domenica 21 gennaio 2018

Rocco De Zerbi, una storia di altri tempi?



Il politico oppidese morì il 20 febbraio del 1893 in circostanze drammatiche a seguito dello scandalo della Banca Romana; la tesi più accreditata, e forse quella vera, è che cessò di vivere a causa di complicanze cardiache. (cit. Rocco Liberti - Quaderni Mamertini).
Altra ipotesi, la meno accreditata, è che si tolse la vita a seguito di quello scandalo che segnò la vita politica dell’Italia di fine ‘800.

Il 29 agosto del 1929, su La Stampa, il giornalista Luigi Lodi ha tracciato un profilo, con occhio contemporaneo, del giornalista-politico-letterato, Rocco De Zerbi.
All’epoca dei fatti, Lodi, era il direttore del settimanale “La Nuova Rassegna”, ma nell’ottobre del 1983 dava alle stampe il primo numero del quotidiano “Il Don Chisciotte di Roma”.

Mi limito a trascrivere fedelmente tutto l’articolo, la lettura della copia originale sarebbe complicata.

LA TRAGEDIA DI ROCCO DE ZERBI
(-Ricordi Personali-La Stampa, 29 agosto 1929)

 Si è stampato, in questi giorni, che Pietro Mascagni ha ripreso a comporre “La Vestilia” (romanzo di De Zerbi ndr), per terminarla. Ha ripreso perché - non riesce inutile chiarirlo - a musicarla si accinse più di trent’anni orsono, fresco ancora del trionfo della “Cavalleria Rusticana”. E spesso - specie nel tempo passato - agli amici faceva sentire le pagine che diceva già composte.  Alcuni degli ascoltatori ebbero il sospetto - non rilevato- che egli, a tratti, in quelle esecuzioni improvvisasse. Comunque, a tornarvi sopra sembrava non pensasse più; si era già di tanto dal mondo greco-romano. Adesso assicura che vuol condurre a termine  lo spartito, ti auguriamo sia così; il pubblico che non ha mai frequentato con tanto fervore I teatri lirici, aspetta chiede novità. Intanto, poiché molte cose sono dimenticate, non sarà inopportuno aggiungere che l’argomento della Vestilia  è offerto da un romanzo di Rocco de Zerbi, il quale per molti rispetti fu una persona molto significativa.

Il direttore del  “Piccolo”

Calabrese di nascita, aveva appartenuto all’Esercito e poi si era  stabilito a Napoli, per farvi giornalista. Forse avrebbe preferito esercitare esclusivamente la professione di scrittore; possedeva varia, se non solida, cultura E ambiva segnatamente la fama di letterato. Si era formato  uno stile colorito e incisivo se non rigorosamente corretto; aveva qualità di oratore che ne fecero un conferenziere applaudito; maneggiava abbondantemente la immagine e sapeva anche valersi di citazioni calzanti, più o meno autentiche.
Ma se divenne deputato, conquistando a Napoli una clientela fida,  se esercitò a volte  un’azione positiva negli avvenimenti cittadini, fu perché  direttore del “Piccolo”, il giornale suo.
C’erano, allora, nella capitale del Mezzogiorno, altri giornali, che avevano lettori convinti e scrittori ben quotati: il Corriere del Mattino diretto da Martino Cafiero, temperamento sincero di artista; il Pungolo al quale il Comin  conferiva autorità politica; il Roma, cui procurava larga diffusione la riconosciuta indipendenza del suo proprietario. Ma il Piccolo era e rimase, finché almeno non comparve il Corriere, redatto da Edoardo Scarfoglio e da Matilde Serao, il monitore della classe eletta e, sino a un certo segno, dirigente. Gli avvenne pure, per brevi periodi, di avere collaboratori di primissimo valore, quali appunto, la Serao e Vincenzo Morello, e all’ultimo si arricchì di un corrispondente da Roma davvero eccezionale e che divenne poi ripetutamente Ministro, Vincenzo Riccio. Ma il Piccolo, che restava un foglio di vecchio stampo, a scarsa tiratura (poche migliaia di copie) derivava la sua forza dall’articolo di Rocco De Zerbi.
Era questo articolo che si cercava ed ammirava incondizionatamente. Poteva pure giovarsi di altri attributi per accrescere la sua fama; sapeva trovare la frase e trovare il gesto.

La polemica con Carducci

Delle sue conferenze, infatti, celermente dimenticate, una frase si ricordò lungamente, quella del “ bagno di  sangue” indispensabile per conseguire il reale rinnovamento della Nazione.
Dei suoi gesti ne citerò uno. All’indomani dalla prima rappresentazione del “Lohengrin” al San Carlo, si aspettava di leggere quello che il Piccolo ne avrebbe stampato. Ma il Piccolo uscì con tre righe sol, press’a poco queste:
 - Wagner non è Rossini;
- Wagner non è Bellini;
- Wagner è Dio.
- Domani parleremo del “Lohengrin”.
E gli ammiratori,  a leggere queste righe, esclamavano:- Egli è grande. Conosceva il suo pubblico e se lo coltivava. Aveva pure un’altra dote per cattivarselo: era animoso. Basta rammentare il coraggio da lui dimostrato mettendosi in polemica con Giosuè Carducci intorno a Tibullo e alla lirica Latina. Dicono ci fosse chi gli forniva i materiali eruditi, ma non fa nulla; egli assumeva la responsabilità di quanto mandava al “Fanfulla della Domenica” e avrebbe proseguito nel contrasto, se Ferdinando Martini non fosse uscito  con l’imperativo:- Passiamo a  Properzio.
Anche allora fra i fedeli napoletani non mancarono parecchi i quali, per conto loro,  conclusero:-ne ha dette quattro al poeta di Satana.
Ma egli, forse perché ne aveva goduto tanto largamente, era ormai sazio di quei successi. Mirava più in alto. Mostravasi  in possesso di una sicura agiatezza; nelle conversazioni accennava volentieri ai beni suoi, che avrebbe avuto nel modenese e anche nella Romagna. Aveva preso casa a Roma portandovi pure la famiglia; era diventato passivo di Montecitorio; ricordava frequentemente il suo passato mi uomo di destra. Si era accontentato di essere Deputato, deputato invariabilmente ministeriale: intendeva di salire. Quando il Gabinetto di Rudinì si decompose e non riuscì a ricomporsi, nella primavera del 1892, lo trovai in Piazza Colonna in colloquio con Achille Fazzari: patrocinava la propria candidatura a Ministro della Marina. Pochi giorni dopo era venuto il primo Gabinetto Giolitti, ed egli volle, dai banchi di Destra appunto, pronunciare un discorso di opposizione, discorso demolitore, come era stato il 4 maggio, quello del Martini. Correva, evidentemente, differenza tra i due oratorie differente, infatti, fu l’effetto: e il Gabinetto Giolitti rimase. Non si sgomentò egli per questo; proseguì a frequentare la Camera, a insistere nei colloqui per i corridoi, a cercarsi amici, segnatamente tra i giornalisti. Sentiva, si sarebbe detto, avvicinarsi l’ora sua.

La Banca Romana
Invece, a distanza di pochi mesi, nel gennaio dl 1893, precipitò la catastrofe della Banca Romana. La storia intera di questo istituto, che tuttavia il privilegio della emissione, sarebbe curiosa e, magari, salvo nella tragedia, pure divertente. Non questo, però, il luogo. Basti rammentare che dal Governo pontificio, nel 1830, fu fondata a Parigi, con capitali francesi e pure francesi erano gli amministratori a Roma. La concessione aveva, contrattualmente, la durata di ventuno anni, ma avanti che scadesse, il Governo volle crearne un’altra non di origine straniera. Si era fissato che il capitale iniziale di questa dovesse arrivare a un milione di scudi. Non ci si giunse e fu forza contentarsi di 600.000 scudi. Così incominciò nel ’50 e si tirò avanti alla meglio e anche, più spesso, alla peggio, finché arrivò lo Stato Italiano. Questo conservò l’Istituto, riconfermandogli la facoltà della emissione. A sentire certi avversari mai aveva potuto diventare veramente sano e forte, per colpa Belle privilegiate famiglie alle quali, dagli inizi, era asservito. Ma, limitato nei mezzi, Senza possibilità di espansione territoriale, la sua azione doveva essere necessariamente modesta. Si restringeva quasi esclusivamente nel soccorrere il credito laziale. E per alcuni anni non diede pretesto a rumori. Questi incominciarono ed ingrossarono più tardi quando della banca era governatore Bernardo Tanlongo. Egli originava da una sottospecie della gente romana di allora, ormai quasi interamente scomparsa, quella dei mercanti di campagna; prendeva in affitto dai prìncipi proprietari vaste tenute pagando assai poco di canone E occupandosi di agricoltura presso che soltanto sfruttando I pecorai. Si faticava poco E si guadagnava assai. Perché proprio a lui, con tali precedenti, si pensasse di affidare le sorti della Banca, non fu chiarito mai.  Certo egli poteva vantarsi di essere un esperto in materia di caccia, la sua passione vera. Di tecnica bancaria, col tempo, aveva acquisito queste due sole idee chiamiamole pure così:-la circolazione monetaria è troppo scarsa ai bisogni del paese: la “ riscontrata” è un male che va tolto di mezzo.

Due biglietti da mille

Poiché, circa l’aumento del medio circolante, nessuno gli dava retta un bel giorno penso di provvedere da sé. Circa i modi con cui provvedeva si accorse, per primo, Sidney Sonnino. Diligente osservatore di tutto, egli constatò di possedere due biglietti, da 1000 lire, della Banca Romana, che recavano lo stesso numero di serie e di ordine. Non c’era dubbio dunque: la serie era doppia. Alieno dai clamori, specie allorché potevano danneggiare il credito pubblico, egli diede privatamente notizia della constatazione compiuta al Ministro competente. Parve si volessero prendere misure gravi, o almeno si minacciarono; ma poi si finì con l’accogliere la spiegazione data da don Bernardo: si trattava un semplice errore dei fabbricatori inglesi dei biglietti, errore già riparato perché egli aveva fatto ritirare e distruggere quella serie non voluta. Rimaneva la faccenda della “riscontrata” E anche se per essa applicava un espediente l’iniziativa propria. Poiché riscontro con i biglietti della Banca Nazionale giacenti negli altri istituti di emissione non compivasi nel medesimo giorno, egli si era accordato con commendator Cuciniello, direttore della sede romana del Banco di Napoli. Figura non trascurabile pure questa del Cuciniello.  A vederlo, a sentirlo, aveva il più rigido degli amministratori. Finì, però, con un processo per sottrazione di fondi e quando gli agenti, che dovevano arrestarlo, giunsero, dopo lunghe ricerche a scoprirlo, era vestito da prete nella casa di una sarta, sua buona, troppo buona amica. E questi non sono che due episodi per quanto caratteristici. Ma sulle condizioni, disastrose, la banca, si parlava da tempo. Ministro del Tesoro, nel gabinetto Crispi, l’Onorevole Giolitti ordinò un’inchiesta, che fu precisamente l’inchiesta Alvisi, rivelatrice di in qualificabili disordini. In seguito, però, si penso di non pubblicarla per evitare uno scandalo, che avrebbe avuto ripercussioni durissime sull’economia nazionale.
Il signor Bernardo Tanlongo si mantenne, pertanto, tranquillo nel suo ufficio, Dove passava molte ore del giorno, così che da casa si faceva portare la colazione, colazione frugalissima. Vi riceveva anche molte persone, quasi sempre di mediocre o infima categoria: sedicenti amici di uomini politici quali, non autorizzati, spendevano la protezione; sedicenti pubblicisti, che abusavano del nome di quelli veri. Con tali ausili egli si sentiva sicuro: anzi, da lì a poco apparve trionfatore, perché, nell’autunno del 1892, ebbe posto al Senato. Senatore lui, mentre il Grillo, direttore generale della Banca Nazionale, non lo era!
Ma anche quel suo Campidoglio era vicina la rupe.
Il senatore Alvisi, seccato che la sua relazione rimanesse sempre inedita, la passò all’on. Wollemborg e questi a Prinetti e il Prinetti al Colajanni.
Si crecò di evitare ancora il troppo clamore: non potendo più tenere in piedi la Banca Romana, si tentò di fonderla con la Nazionale. Le negoziazioni corsero e parvero giunte alla conclusione imposta. Ma nella sera proprio in cui il Consiglio di Amministrazione della Nazionale era riunito per fissare definitivamente i patti e i modi della fusione, arrivò, inatteso, Costanzo Chattevet, che delle trattative prime aveva avuto l’incarico. Era evidentemente molto eccitato e disse soltanto: - Non se ne può fare nulla, hanno rubato nove milioni!
C’erano i milioni fino a due giorni avanti, ma non si trovavano più. Lo scandalo, il processo erano, dopo ciò inevitabili. Vero che tutti gli imputati, compreso un funzionario confessò di essersi appropriato di alcune decine di migliaia di lire, tutti più tardi furono egualmente assolti.

Arresti e denunzie

Poche settimane dopo lo scatenamento dell’uragano, io accompagnavo alla Posta della Camera l’on. Silvestri, ansioso di aver notizie del come la sua signora avesse passato la notte. L’ufficio postale, modestissimo, era allora all’ingresso del palazzo, pressoché, quindi all’esterno. Anche di lì, però, si poteva avvertire come all’interno ci fosse una intensa e eccezionale agitazione.
Da parecchio tempo, del resto, tutta la città era agitata, convulsa. Avevano arrestato il commendatore Bernardo Tanlongo, arrestato il commendatore Cesare Lazzaroni, rispettivamente governatore il cassiere della banca. E non bastava: si annunziavano, o si credeva di poter preannunziare, le catture di alti funzionari del Ministero di Agricoltura. Il guardasigilli, onorevole Bonacci, uomo rigidissimo, realmente rettilineo, in Consiglio dei Ministri si assicurava che, alle prime rivelazioni avesse esclamato: -cada il mondo, Ma giustizia sia fatta.
E fin dove sarebbe arrivata la giustizia? Fuori c’erano quelli che pensavano all’interesse privato eppure a quello collettivo: gli azionisti della banca che intuivano perduto il loro capitale; commercianti, agricoltori, che vedevano crollato l’istituto da cui attingevano credito. A Montecitorio, soprattutto si confondevano gli odi, le speranze, i timori di origini; ritenevasi certo che molti, tra i maggiori, sarebbero stati compromessi, letteralmente abbattuti. E si facevano i nomi, si godeva la gioia di inevitabili precipizi eminenti. Quante orribile calunnia onestamente diffuse in quei giorni! La commissione dei Sette, affidata a galantuomini, uscì poco dopo da quelle aspettazioni di scandali, da quei desideri di vendetta.
Eravamo, dunque, l’amico Silvestri ed io, indifferenti al tumulto crescente intorno, davanti allo sportello dell’ufficio postale, quando comparve Rocco de Zerbi.
Incominciò, senz’altro, col darci la notizia che tutti conoscevano dal giorno avanti:-fra pochi minuti, disse ad alta voce,si leggerà nell’aula la domanda di autorizzazione a procedere contro di me. Io, proprio io solo, dovrei essere il rapinatore della Banca Romana!
E continuava a vociferare, a tratti quasi gridando; non era manifestamente padrone di sé. Ripeteva convulsamente di voler intervenire nella discussione; di rivelare colpe, complicità non perseguite; se la pigliava con il ministero attribuendogli di volersi vendicare dell’opposizione fattagli; malediceva colleghi, che avrebbero dimenticato benefici da lui generosamente resi loro. Procurare di fargli comprendere che a Montecitorio non doveva restare; che aveva bisogno di riposo e di silenzio. Fortunatamente finì col lasciarsi trascinare fuori, e salire in una carrozza per essere condotto a casa.
Non ne uscì, credo, Che una volta sola nei giorni seguenti, per andare dal giudice istruttore. E può dirsi fosse questo l’atto estremo della sua esistenza. Dopo quarantott’ore da quel primo interrogatorio, era defunto: si era ucciso.

Se era colpevole si è giustiziato

Aveva lasciato un grosso plico indirizzato a un amico in cui, si assicurava avesse sposta la sua difesa. Ma ora che era scomparso l’uomo non parve opportuno rendere pubblico l’ultimo suo scritto. Tutto di lui e per lui era ben finito. Ai suoi funerali assistettero tre soli deputati, uno dei quali, Il marchese Di Rudinì, che disse: - Se era colpevole si è giustiziato.
Ma la tragedia di lui non chiuse il dramma intorno alla Banca, anzi, a certe ore parve acuirsi en invelenire. Una crisi di Gabinetto sembrò poca cosa in confronto delle attese accumulato. Ma poi, a distanza di alcuni, pochissimi mesi, non se ne parlò più; o appena a soddisfazione di curiosità aneddotiche.
Un anno dopo lo scandalo enorme, che si era annunziato purificatore, io chiesi al commendatore Grillo, direttore generale della Banca Nazionale: -ebbene, dopo l’inchiesta dei sette e le condanne da essa pronunciate, hanno mutato i costumi parlamentari?
- Mutamento, egli rispose, c’è stato; prima scrivevano adesso, quando vogliono qualche cosa, telefonano.
Forse aveva ragione lui, Rocco De Zerbi; ci voleva, per un’Italia nuova, un bagno di sangue.

(Luigi Lodi)

mercoledì 10 gennaio 2018

Bandiera Bianca





I misfatti politici e la cronaca spicciola colmano la quotidianità e si presentano come mortificazioni dello spirito specie per coloro che hanno sempre considerato il senso civico il punto fermo del loro essere.
Se avessimo la forza di schivare le sordide provocazioni che giungono dai social (ormai peggio dei Bar dello Sport) faremmo cosa utile a noi stessi e renderemmo meno avvilente ogni riflessione.
Dovremmo arrenderci e sventolare Bandiera Bianca? Farci sorpassare e rimanere ai margini del becerume forse sarebbe salutare e anche d’esempio.

Anche il maestro Battiato in un certo periodo storico inneggiò alla Bandiera Bianca:

Mister Tamburino non ho voglia
di scherzare rimettiamoci la maglia
i tempi stanno per cambiare

Si rivolge a Bob Dylan (Mister Tamburin man), e alla generazione che rappresentava, invitandolo a rimettere la maglia “della salute” e occorre coprirsi bene poiché i tempi stanno per cambiare (The Times They Are A Changing) altro successo di Dylan. Lo prega di guardarsi intorno e non rimanere abbarbicato ai suoi vecchi convincimenti.

Siamo figli delle stelle,
pronipoti di sua maestà il denaro

Non risparmia Alan Sorrenti che all’inizio della sua carriera si era mosso sulle note del rock Progressive, (genere di musica gradito a Battiato) ma poi ha optato per “sua maestà il denaro” con una canzone di successo come Figli delle stelle.

Per fortuna il mio razzismo
non mi fa guardare quei programmi
con tribune elettorali

Semplice voglia (che rasenta il razzismo) di cambiare canale, anche adesso, in presenza di debordanti talk politici dove si tende a spararla più grossa solo con lo scopo di fare colpo nel mare magnum degli spettatori, spesso boccaloni.

Avete voglia di mettervi profumi
e deodoranti siete come sabbie mobili
tirate giù

Nel mirino la pubblicità che spinge nell’esaltazione dell’apparire e a celare la vera essenza di ogni individuo dando una percezione diversa da ciò che si è; e lo reputa un meccanismo che ingoia un po’ tutti, come le sabbie mobili.

C’è chi si mette degli occhiali da sole
per avere più carisma e sintomatico
mistero

In questo verso credo che faccia un autoriferimento, visto che lui portava gli occhiali da sole anche di sera, quasi a volersi rendere voce anonima per dare esaltazione solo alle cose che dice e non ai suoi tratti somatici.

Com’è difficile restare padri
quando i figli crescono e le
mamme imbiancano
“Le mamme imbiancano” è una citazione della canzone “Son tutte belle le mamme del mondo”; in questo passaggio vuole sfatare il mito di quella visione del mondo e pone in modo crudo il desiderio dei padri che vorrebbero vedere le mogli sempre nella pienezza della gioventù e della bellezza.

Quante squallide figure che
attraversano il paese com’è
misera la vita negli abusi potere

Scenario attualissimo, lo è adesso lo era allora. Riferimento a coloro che si ergono a classe dirigente (politici e non) e abusano del loro potere rendendo misera la vita di molti.

Sul ponte sventola Bandiera Bianca

Chi non ha mai imparato a memoria la poesia di Fusinato, Addio a Venezia, propinata come inno del Risorgimento? Le corde stridono/ la voce manca/ sul ponte sventola/ Bandiera Bianca.